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    Contents
  1. Pittore / Italia / 1965-1966
  2. Alì babà - Film ()
  3. SCARICA BATTERIA SH 125 SI
  4. Storie Digitali

SCARICA SAMIA GAMAL VIDEO - Prova ad ascoltare anche i miei podcast, mi trovi su: Come mai questa confusione? Samia Gamal eleonora. SAMIA GAMAL VIDEO SCARICA. Danza del ventre o danza orientale?! Nella puntata di oggi scopriremo: Intervista ad Alia Mohamed: Benvenuti nella quinta. Download Arebic Belly Dance apk for Android. Shadi Ki Raat Ki Videos, Exciting Belly Dance Show, Belly Dance Arabic, Pashto Dance, Bhojpuri Hot. Samia Gamal. Morgiane. Manuel Gary. Mendicante. Julien Maffre. Mendicante. Henri Vilbert. Cassim. Genere: Avventura. Anno: Regia: Jacques Becker. Samia Gamal · Ricardo Montalban. Said · Domingo Rivas · Carmen Sevilla. Amina. Genere: Avventura. Anno: Regia: Gianni Vernuccio, Fernando Cerchio.

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Ma la paura non riguarda solo le società: Per la persona del primo articolo… Filesonic ha gia chiuso! Fatto sta che queste considerazioni non spostano di un millimetro il problema. La contromossa è stata imponente, spettacolare e quasi teatrale: Nelle scorse settimane i quattro fondatori di Pirate Bay, pioniere dello scambio di materiali pirata, hanno ricevuto una condanna alla detenzione e una multa per 6,7 milioni di dollari.

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Prezzo di tendenza EUR 75,60 Novità usato. La sua popolazione non lo tollera più, e il governo sente in questo senso la pressione dell'opposizione. Il dovere del gabinetto Olmert è rispondere ai propri cittadini, e la sua posizione è quella di disimpegnarsi da Gaza finché non cesseranno i lanci di razzi.

Ma questo atteggiamento impietoso di Israele non rischia di rafforzare Hamas e di indebolire il presidente Abbas? La priorità di Israele , della sua opinione pubblica e del suo governo, è quella dei razzi nel sud del paese. Le cose concrete di cui vuole occuparsi il governo sono i razzi lanciati sulla sua popolazione.

Queste sono le minacce concrete per una classe politica che è già sotto pressione per gli attesi risultati della commissione Winograd commissione d'inchiesta che sta indagando sugli errori nella conduzione della guerra israeliano-libanese del luglio , ndr. Come giudica il comportamento dell'Egitto? L'Egitto ha degli obblighi da rispettare. Ha firmato con Israele un accordo che ha visto anche la supervisione europea, e che lo obbliga al controllo della frontiera. Si tratta di un accordo che finora ha funzionato, ma che viene rimesso in discussione dai fatti dell'altro giorno.

Egitto e Israele avevano raggiunto un equilibrio, e ora c'è il rischio che una provocazione di Hamas, ingigantita dai media, possa creare frizioni tra i due paesi. E sarebbe un colpo gravissimo per la stabilità dell'intera regione mediorientale. Resta il fatto che la vita a Gaza è ormai impossibile. Non crede che Israele stia punendo un'intera popolazione per i lanci di razzi effettuati da pochi terroristi?

I razzi non vengono lanciati da un gruppuscolo qualsiasi, ma da gruppi militari di Hamas. Lo so, la situazione a Gaza è gravissima. E lo so, quella israeliana è una punizione collettiva molto dura. Ma l'opinione pubblica israeliana è stanca, e chiede ai suoi politici una risposta netta. Torna all'inizio. La visita di Mubarak cade in un momento critico, che registra forti tensioni nella striscia di Gaza e l'abbattimento della barriera che delimita il confine tra la stessa Gaza e l'Egitto, dove si sono riversati centinaia di migliaia di abitanti della striscia, duramente colpiti, a livello economico, dal blocco che Israele ha imposto, in seguito ai contini lanci di missili Qassam su Sderot, organizzati da Hamas, che dal giugno scorso detiene il potere nella striscia.

Il vertice italo-egiziano non sarà quindi un semplice appuntamento protocollare. Di Gaza se ne parlerà, eccome. Anche perché il capo dello stato egiziano, che ha partecipato al vertice sul Medio Oriente tenutosi lo scorso novembre ad Annapolis su invito di Bush, è un osservatore autorevole e privilegiato.

Circa la situazione politica nella regione mediorientale, l'Egitto non ha mai nascosto il proprio orientamento largamente favorevole al raggiungimento di soluzioni improntate a pace e sicurezza. Soluzioni che permetterebbero al Cairo di proseguire nel suo cammino di sviluppo economico e sociale, favorendo gli investimenti in tutta la regione e promuovendo i flussi turistici, da sempre legati alle condizioni di sicurezza. Ruolo che il Cairo sembra sempre più dover condividere con Ryiadh, che in seno alla lega araba ha promosso una proposta volta a vincolare la normalizzazione delle relazioni con Israele ai progressi sostanziali nella questione palestinese.

Anche a riguardo di Siria, Libano, Iran e Iraq, l'Egitto detiene posizioni particolarmente interessanti, che saranno certamente oggetto delle conversazioni romane. Mubarak sostiene in maniera convinta il governo Siniora a Beirut, lavora nei riguardi delle autorità siriane affinché collaborino con le Nazioni Unite nelle indagini sull'assassinio dell'ex premier libanese Rafik Hariri, segue da vicino la crisi irachena, convinto che il ritiro delle forze militari della coalizione debba coincidere con la rafforzata capacità delle autorità di Bagdad di controllare il proprio territorio, è decisamente contrario allo sviluppo di armamenti nucleari da parte di Teheran.

Tornando alla questione palestinese: il convinto sostegno del Cairo? Il "faraone" Hosni Mubarak conserva il potere dal , è stato rieletto nel settembre e non s'intravedono, all'orizzonte, figure di peso per la sua successione.

Fanno eccezione Omar Suleiman, militare di alto rango a capo dei servizi, e Gamal Mubarak, figlio del presidente. Quest'ultimo, al vertice del Partito nazionale democratico, segue in prima persona il cammino delle riforme volute dal padre, ma ha lo svantaggio di non provenire dalla casta militare, contrariamente a tutti i capi di stato che hanno governato l'Egitto repubblicano: Neguib, Nasser, Sadat e lo stesso Mubarak.

Il danno d'immagine sofferto dall'Egitto con gli attentati di Luxor del , del Cairo e di Sharm El Sheik del , del Sinai del , è stato ingente, data l'importanza della voce turismo nell'economia egiziana.

Il primo attentato era stato rivendicato da terroristi vicini a Jamaa Islamica, gruppo che nel corso degli ultimi anni ha mitigato la propria radicalità.

Insiste invece su posizioni oltranziste la Jihad Islamica, che mantiene contatti con Al Qaeda. Questi sviluppi, positivi, hanno portato a una diminuzione considerevole di quella parte di popolazione carceraria affilata ai movimenti islamici, che dalle 20mila unità nel , conta oggi circa detenuti. È sperabile che si assista anche a una diminuzione degli attentati. Il settore turistico e l'economia ne beneficerebbero.

Molti degli attuali problemi che il Cairo fronteggia potrebbero risolversi se la crescita economica fosse in grado di continuare ai ritmi attuali del 6? Allo sviluppo egiziano contribuiscono anche gli aiuti.

Quelli statunitensi hanno raggiunto 1,7 miliardi di dollari nel corrente biennio. L'Unione europea ha erogato oltre un miliardo di euro, dal a oggi. Che cosa manca alla città per rispondere a un sano desiderio di espressione artistica, attraverso la nobile e antica arte della recitazione? Provano a rispondere, ciascuno rispetto alla propria esperienza, quattro attori e registi biellesi: Oliviero Corbetta, Annachiara Sarteur,Gigi Piana e Manuela Tamietti.

Io credo che il pubblico vada formato, non ci si deve limitare ad accontentarlo. Intorno al teatro si deve creare un progetto più ampio e importante che coinvolga cittadini e appassionati. Il limite di Biella rimane, a mio avviso, il suo isolamento".

Per concretizzare il suo sogno non poté far altro che lasciare la sua città d'origine. Recitare rimane un hobby cui ci si dedica con passione e impegno, ma per vivere si deve fare altro: io insegno.

Chi vuole fare l'attore professionista deve andare altrove, sia per formarsi che per lavorare.

Pittore / Italia / 1965-1966

Un altro limite della nostra città sono i costi troppo elevati: gli affitti di palestre o locali per lo prove, ma anche degli spazi e dei teatri sono troppo alti. Anima della Residenza multidisciplinare biellese, nata come opportunità d'incontro e confronto, Gigi Piana, attore di Stalker Teatro, conferma le difficoltà: "Io lavoro anche a Torino e mi rendo conto delle differenze.

Tutto qui è più faticoso, dal recupero dei fondi che a preventivo sono di una certa entità e a consuntivo risultano sempre inferiori, alla stessa mentalità. Nello spirito che anima la residenza, abbiamo cercato di fare rete con le altre compagnie, ma percepiamo una forte chiusura. Credo che manchi una progettazione, capace di incanalare le energie e le idee, che sono tante e molto interessanti". Intravede un positivo cambiamento in corso, invece, Manuela Tamietti: "Rispetto ad una decina di anni fa, mi sembra che la situazione stia cambiando.

Forse la malaugurata crisi del tessile ha permesso di volgere lo sguardo verso altri orizzonti. Non esiste sul territorio una vera cultura teatrale, ma esistono tradizioni e forti identità.

Da parte mia, con il progetto di ''Storie di piazza sto cercando di utilizzare il teatro come linguaggio per raccontare e riscoprire queste identità. È vero che la formazione professionale deve avvenire fuori da Biella, ma penso che poi si possa ritornare, come ho fatto io, e trovare uno spazio per esprimersi e per vivere di teatro". Stai consultando l'edizione del Via libera alle missioni all'estero. Come nelle altre occasioni, con le stesse modalità e con le stesse argomentazioni si sono riproposte le fratture e le diversità di valutazione che hanno creato non pochi problemi al governo da ieri dimissionario.

Problemi a cui si è aggiunto un nuovo attacco di Di Pietro a Mastella, quando il Cdm ha approvato il decreto sulla supplenza negli incarichi direttivi negli uffici giudiziari: il ministro per le Infrastrutture, infatti, ha puntato l'indice sull'ex guardasigilli per le nomine al direttivo della Scuola della magistratura che sarebbero, a suo avviso, non opportune "per il modo e il momento in cui sono state fatte", ovvero prima che Mastella lasciasse il ministero.

Di Pietro ha quindi chiesto a Prodi di aprire un'istruttoria, Il premier si è riservato di raccogliere informazioni in merito. Insomma, è stata tutt'altro che fiacca la riunione di ieri.

I ministri della Sinistra Arcobaleno non hanno votato il decreto che rifinanzia le missioni italiane all'estero. Lo ha fatto sapere il ministro della Solidarietà Sociale Paolo Ferrero, di Rifondazione comunista, al termine della riunione, spiegando che la Sinistra Arcobaleno chiederà in Parlamento una verifica della missione in Afghanistan ed una discussione su ogni singola missione. Più tardi poi lo stesso presidente del gruppo al Senato, Russo Spena, ha fatto sapere che chiederà una "verifica" su tutti gli impegni militari all'estero, dal Kosovo al Libano.

Poco dopo l'annuncio del via libera al decreto fatto in mattinata dal portavoce del governo Sircana, il ministro Ferrero ha spiegato che il suo partito "chiederà una verifica" sulla spedizione a Kabul e che la questione non è stata affrontata ieri "perché il governo è dimissionario", ma che il problema di valutare obiettivi e impegni in Afghanistan si riproporrà "in Parlamento" quando si tratterà di convertire in legge il decreto.

Più esplicito è stato Russo Spena che ha messo l'accento sul fatto che le missioni all'estero "sono troppo diverse tra loro" e ciascuna di esse va analizzata nel contesto geopolitico nel quale si svolge. Ma anche il presidente del gruppo della Sinistra Arcobaleno al Senato non ha mancato di ricordare che il punto dolente è sempre quello dell'Afghanistan.

Il decreto sulle missioni, che era stato posto al primo punto dell'ordine del giorno della riunione del Consiglio dei ministri, è stato comunque licenziato evitando in tal modo una situazione difficile per i militari schierati nei diversi teatri di crisi ed in particolare in Libano dove ieri è esplosa l'ennesima autobomba e dove sono schierati, ai confini con Israele , tremila caschi blu italiani.

La Sinistra Arcobaleno non si oppone alla permanenza dei militari in Libano e in Kosovo dove i contingenti sono inquadrati nelle forze di pace delle Nazioni Unite o dell'Unione Europea. Il dissenso riguarda la missione in Afghanistan che si svolge su mandato delle Nazioni Unite, ma è a guida Nato.

Adesso Grossman non è solo un grande scrittore, ma una delle voci più ascoltate di Israele , uno che non fugge dalla realtà, la interpreta, cerca di modificarla. E la realtà di Israele , oggi, è fatta di un equilibrio fragile, perennemente in bilico tra la guerra e la pace.

Ecco perché nel giorno in cui l'Italia celebra la Giornata della Memoria, ricordando che cosa fu la Shoah, Grossman viene chiamato a parlare dell' orrore che fu e di quelli che bisogna evitare. L'Università di Firenze ha deciso di conferire al romanziere israeliano una laurea honoris causa, in Studi Letterari e Culturali Internazionali, e la cerimonia avverrà proprio domani, il 27 gennaio, quando, sessantré anni fa, l'Armata Rossa mise i sigilli sul campo di concentramento simbolo, quello di Auschwitz.

Grossman terrà una lectio magistralis nell'Aula Magna dell'università e parteciperà a un dibattito il giorno successivo, al Mandela Forum. Forse parlerà del figlio Uri, morto nella guerra col Libano dell'estate L'incontro di Firenze è solo una delle tante iniziative con cui l'Italia invita "a non dimenticare".

A Roma, nel marzo , è nata la Casa della Memoria, dove la storia cerca di essere maestra di vita per i contemporanei. A Trastevere domani si ricorderà Primo Levi, lo scrittore che in Italia seppe raccontare più di altri l'Olocausto e la sua capacità di calpestare la dignità umana.

In programma film e documentari, tra i quali La strada di Levi, in cui Davide Ferrario e Marco Belpoliti ripercorrono il viaggio di ritorno compiuto da Levi nel , seimila chilometri da Auschwitz fino alla natia Torino. A rendere omaggio allo scrittore piemontese ci sarà anche uno degli attori italiani più in voga del momento, Toni Servillo,che a Bari leggerà alcuni brani tratti da Se questo è un uomo e I sommersi e i salvati.

Sempre a Roma, nelle stanze restaurate di Palazzo Barberini, si terrà una conferenza su "Anti-semitismo e negazione dell'Olocausto".

A chiedersi se "il mondo ha imparato la lezione" o meno, saranno in tanti, un vero e proprio parterre de roi. Ma anche membri del centro destra, come il vicepresidente della Commissione Ue, Franco Frattini. O autorevoli esponenti dell'ebraismo, come il presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Renzo Gattegna. La giornata della Memoria si celebrerà in tutto il Paese, da Trento a Siracusa.

A Genova le porte di Palazzo Ducale saranno aperte agli studenti vincitori del concorso "I giovani ricordano la Shoah". Le commemorazioni più imponenti avverranno nell'unico lager italiano, quello di Risiera di San Sabba, a Trieste, con la marcia silenziosa dei deportati sopravvissuti, le visite guidate per le scolaresche, i concerti.

A Siracusa sarà il giorno della "Testimonianza dei giusti". Personaggio che ha ispirato una fiction televisiva di successo, interpretata da Luca Zingaretti. In provincia de L'Aquila, invece, a Fossa, Ottaviano del Turco, presidente della Regione Abruzzo, e Marco Pannella prenderanno spunto dalla commemorazione dell'Olocausto per dibattere di diritti umani, e della loro continua violazione in gran parte del pianeta.

Si parlerà della moratoria sulla pena di morte votata a dicembre dall'assemblea generale dell'Onu, vecchio cavallo di battaglia dei radicali. Adesso qualcosa è cambiato. A Gaza. Con la sua dolente eleganza Peres si ferma a conversare brevemente all'ingresso di una cena in suo onore organizzata nell'hotel di Davos dove il presidente ha il suo blindatissimo quartier generale.

Nella stessa hall c'è anche il premier palestinese Salam Fayyad. Presidente, Gaza ha sconvolto l'agenda del processo di pace?

Ma non pensa che la situazione si sia ulteriormente complicata? Le vicende di Gaza bloccheranno i progressi che solo giorni fa la rendevano più ottimista sul processo di pace? E' un grave errore da parte di Hamas. Non creano progresso, non hanno obiettivi.

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Vogliono solo distruggere. Chi li sosterrà? Quale sarà la reazione di Israele? Come se ne esce? Peres si allontana.

Non vuole rispondere ad altre domande, la sua delegazione lo aspetta per una cena a porte chiuse. Ma il ministro degli Esteri Tzipi Livni, che pure ha parlato a Davos illustrando al gotha della finanza e della diplomazia internazionale la grave crisi di Gaza, è rientrata in patria.

Segno evidente che l'impatto di queste ore sulla delicatissima fase negoziale richiede la massima allerta. Gaza, la battaglia del confine cani e idranti per fermare l'esodo Ma Hamas sfonda con i bulldozer. Ma anche la folla dei palestinesi che premono sul reticolato è irremovibile. Improvvisamente, fra urla di ringraziamento, "Allah u akbar!

A guidarne i movimenti affannosi è un gruppo di alieni nascosti da tute e passamontagna neri. Sono gli uomini delle Brigate Ezzeddin el Qassam, che hanno deciso per conto di Hamas che il confine tra Gaza e l'Egitto deve restare aperto.

Fino a quel momento, i poliziotti mandati dal Cairo in gran numero, ma non tale da poter arginare la fiumana, con l'ordine di cominciare a sigillare il confine, ma senza usare maniere troppo forti con "i fratelli palestinesi", avevano cercato di tamponare le molte falle aperte sulla frontiera egiziana. Qui, risistemando il filo spinato sulla barriera di cemento. Altrove opponendosi a testuggine, con scudi e bastoni, e minacciando di lanciare i cani.

Ad Al-Arish, la città del gran commercio di questi giorni, era stata imposta la chiusura dei negozi. Invano, un altoparlante gracchiava: "Fratelli palestinesi tornate indietro, il confine chiuderà alle tre".

Ma non c'è peggior sordo di chi non vuole sentire e molti irridevano a quell'ordine. Raffiche sparate in aria, la gragnuola dei sassi sugli scudi, un cannone ad acqua che fa flop e quando prende vigore supera le teste per perdersi tra le macchine in sosta. Sarebbe potuta andare avanti per ore questa specie di guerriglia fredda, senza la volontà di affondare i colpi. Ma ecco arrivare il mostro, sbuffando fumo e rabbia.

Gli egiziani lo vedono, si dispongono su molte file per fermarlo. I miliziani al seguito sparano in aria, un poliziotto viene ferito ad una gamba e portato via.

Tre colpi d'ariete bastano ad aprire una nuova breccia laddove la barriera era ancora intatta. Le truppe di Mubarak si fanno da parte. A migliaia i palestinesi che nei giorni scorsi non avevano potuto alleviare la loro fame di beni essenziali, invadono la Rafah egiziana.

Fine di un tentativo inglorioso di rimettere ordine alla frontiera tra Gaza e l'Egitto. Altri sicuramente ne seguiranno, ma non saranno le decisioni unilaterali del Cairo, prese sotto le pressioni degli Stati Uniti e di Israele , a risolvere questa crisi. Dopo l'ennesimo sfondamento, Hamas detta le sue condizioni: "Noi insistiamo ed esortiamo i fratelli egiziani - dice il portavoce del movimento islamico, Tahar al-Nono - perché venga stabilito un meccanismo per permettere il transito dei beni e delle persone attraverso il posto di frontiera ufficiale di Rafah, in una maniera legale ed organizzata".

Nel frattempo, se necessario, Hamas non esiterà a ricorrere ad altri "fatti compiuti". In giornata il rais egiziano Mubarak spedisce al leader supremo di Hamas, Khaled Mesha'l, l'invito a un summit al Cairo con il presidente palestinese Abu Mazen per ricomporre la frattura fra i due rivali. Mesha'l dall'esilio di Damasco accetta. La risposta di Abu Mazen si fa aspettare. Il crollo del muro di Rafah minaccia d'aprire una crisi tra Egitto e Israele. Mubarak, si vede stretto in un angolo.

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Da una parte non vuole passare per uno strumento nelle mani dello Stato ebraico, dall'altra teme che l'invasione possa favorire l'ingresso illegale in Egitto di militanti clandestini. Il pugno di ferro è, comunque, escluso perché significherebbe provocare la reazione dei Fratelli Musulmani, la spina nel fianco del regime egiziano, di cui Hamas è un'emanazione. Quanto all'idea vagheggiata dal vice ministro della Difesa israeliano Matan Vilnai di liberarsi di ogni responsabilità su Gaza per scaricarla sull'Egitto, Mubarak ha risposto che "loro gli israeliani devono riportare la normalità a Gaza secondo le intese e gli accordi precedenti".

Qui, a Rafah, di queste manovre giunge solo una pallida eco. In mezzo alla folla tornata finalmente libera di entrare ed uscire dall'Egitto un incubo per i servizi segreti israeliani, che temono infiltrazioni di terroristi attraverso il Sinai spunta anche un cammello giovane che sarà servito ad un pranzo di nozze a Gaza e molte motociclette cinesi, il massimo del consumismo abbordabile da queste parti.

Ma gli uomini di Hamas non sono d'accordo. Eppure l'ottimismo seguito ad Annapolis, con la promessa fatta da Bush di un accordo entro il per la creazione dello Stato palestinese, era chiaramente irrealistico. Quando si pensa a Gaza, viene in mente il consenso di cui gode Hamas, ma la realtà è assai differente. I sondaggi realizzati nella Striscia indicano un consenso del 74 per cento a un accordo di pace per Israele.

Solo il 15 per cento si dice pronto a votare per Hamas, contro un 55 per cento a favore di Fatah. Il processo di pace ispirato da Annapolis è appoggiato dall'81 per cento della popolazione. Gaza ha una lunga storia di occupazione straniera, fin da epoche lontane.

Nel , la guerra arabo-israeliana si concluse con un armistizio che divise la Palestina in tre parti, ognuna sotto il controllo politico di una diversa entità. Israele governava oltre il 77 per cento del territorio, alla Giordania fu lasciato il controllo su Gerusalemme Est e la Cisgiordania , e all'Egitto quello di Gaza.

Lo Stato arabo palestinese previsto dal piano di spartizione delle Nazioni Unite del , che doveva includere Gaza, non nacque mai. Sotto il governo egiziano, lo sviluppo economico della Striscia fu limitato, anche per le maree di rifugiati palestinesi riversatisi a Gaza in fuga dal territorio che sarebbe diventato Israele. La forza lavoro della Striscia, composta in larga misura da lavoratori non qualificati, dipendeva dall'assistenza dell'Unrwa, l'agenzia Onu incaricata di allestire i campi profughi.

In Cisgiordania, tuttavia, nonostante un terzo del territorio fosse interdetto ai palestinesi per far posto a qualche migliaio di coloni ebrei, solo il 10 per cento della popolazione palestinese, in gran parte rurale, era composto da rifugiati: molti possedevano la terra che lavoravano e il lavoro non mancava. A Gaza, al contrario, il 70 per cento della popolazione era composto da profughi, assiepati in condizioni difficili in decine e decine di campi profughi e per il lavoro dipendevano da Israele.

Ogni giorno dalla Striscia erano in mila ad attraversare il confine, al valico di Erez. La povertà di Gaza è stato terreno fertile per il radicalismo islamico. Ma con l'intifada del , nacque il Movimento di resistenza islamico. L'intifada del ha prodotto il processo di pace di Oslo e il ritorno della leadership dell'Olp, ma non una vera struttura economica a Gaza.

Il flusso di denaro nelle casse dell'Autorità palestinese si è tradotto per lo più nella costruzione di palazzoni, eretti dall'Ap per affrontare il sovraffollamento.

I gruppi esterni all'Ap, come Hamas, si sono procurati le armi acquistandole da soldati israeliani o sul mercato nero in Israele. Dopo il ritiro da Gaza dell'esercito di Tel Aviv, armi, munizioni e contanti sono entrati di contrabbando dal Sinai, attraverso tunnel sotterranei. Nella seconda intifada del , Hamas ha usato le sue armi per attaccare gli israeliani e crearsi il proprio miniprotettorato. Ma più Hamas e gli altri attaccavano gli israeliani, più Israele irrigidiva l'assedio alla Striscia.

Il numero di palestinesi di Gaza che vanno a lavorare in Israele si è ridotto a poche centinaia, e l'aumento della disoccupazione e della povertà ha dato più potere alle fazioni armate, alle bande criminali e ai signori della guerra, un'evoluzione che ha preso ancora più slancio dopo la vittoria elettorale di Hamas nel , seguita da un embargo internazionale.

Poiché in gran parte profughi, gli abitanti della Striscia hanno scarso radicamento sociale. Chi ha un livello d'istruzione universitario è a lavorare in Cisgiordania o nel Golfo, mentre i gruppi armati di Gaza diventano una calamita per i giovani: il solo lavoro che gli dà potere. La parvenza di Stato garantita da Oslo si è tradotta in cambiamenti assai poco tangibili per i palestinesi. Non c'è stata, cioè, una sovranità reale, senza cui è difficile immaginare qualsiasi miglioramento.

La storia di Gaza e il calo del consenso per Hamas dicono anche che l'assedio in corso serve soltanto a punire una popolazione amante della pace, e rafforza, al contempo, il controllo sulla società da parte dei peggiori elementi. Copyright: Project Syndicate, - la Repubblica. Traduzione di Fabio Galimberti.

Stai consultando l'edizione del Gaza, Hamas apre altri varchi nel muro Il movimento integralista islamico lancia la sfida: "I passaggi alla frontiera con l'Egitto resteranno per permettere ai palestinesi l'assistenza". Quelle che servono ai miliziani di Hamas per aprire nuove brecce nella barriera che segna il confine tra la Striscia di Gaza e l'Egitto. Il miracolo in cui qualcuno sperava, è puntualmente svanito. L'accordo raggiunto l'altra notte fra i responsabili di Hamas e le autorità egiziane, è durato appena cinque ore: il tempo di far credere che la breccia aperta tre giorni fa con le bombe nel muro di confine fra la Striscia di Gaza e l'Egitto, potesse essere richiusa con una semplice stretta di mano.

Nel primo pomeriggio una potente ruspa condotta da un miliziano con il volto nascosto dentro un passamontagna, ha fatto irruzione sulla scena, attaccando e sfondando un'altra zona del muro che delimita la linea di frontiera. I poliziotti egiziani, spiazzati da quell'ulteriore, improvvisa breccia, hanno abbozzato una debole reazione, prima sparando in aria qualche colpo e poi sguinzagliando verso i miliziani che proteggevano la ruspa tre cani antisommossa.

Le bestie sono state abbattute in pochi istanti dalle raffiche dei mitra palestinesi. Poco distante la ruspa di Hamas ha poi aperto una terza breccia nel muro di confine. I poliziotti questa volta sono interventi provando a respingere la folla con gas lacrimogeni e cannoni d'acqua, ma i palestinesi hanno risposto tirando pietre alla maniera dell'Intifada. Alla fine gli egiziani hanno deciso di ritirarsi nella propria base a difesa della quale, come ulteriore smacco, si sono disposti i poliziotti di Hamas.

Fra gli egiziani si conta un ferito dai colpi dei miliziani, e cinque contusi dal lancio di sassi. In cambio gli egiziani avrebbero dovuto "costringere" l'Autorità nazionale palestinese di Ramallah a sedersi ad un tavolo di negoziato da tenersi forse al Cairo, ma al quale sicuramente avrebbe dovuto partecipare anche Hamas.

Vero obiettivo di Hamas sarebbe stato naturalmente quello di avviare in condizioni di parità un negoziato con il partito al Fatah del presidente Abu Mazen il primo dai tempi dell'occupazione di Gaza.

Ma qualcosa non ha funzionato. O meglio: da Ramallah è giunto un "no" secco. Gli egiziani, stretti fra i due fuochi, mostravano di non poter garantire l'impegno di un incontro per il diniego dell'altra parte.

È bastato un attimo e Hamas ha reagito d'impeto, rompendo l'intesa raggiunta e riaprendo le brecce sul confine. Fonti palestinesi sostengono che la mossa forse disperata potrebbe aver sortito qualche effetto: il presidente Hosni Mubarak, questa volta con maggiore determinazione, sarebbe infatti tornato in serata ad invitare i rappresentanti dell'Anp ad un incontro insieme con Hamas "per risolvere la questione del confine".

Ora si attende la nuova risposta da Ramallah. Il livellamento del muro che delimitava la frontiera, consente ormai non solo a pedoni e piccoli carretti di raggiungere il territorio egiziano, ma anche a grandi autocarri che ritornano nella Striscia trasportando non più carichi contenuti ma tonnellate di merci.

Gaza, l' Egitto non ferma Hamas di Redazione - sabato 26 gennaio , Israele intanto deve fronteggiare nuove incursioni armate palestinesi alle porte di Gerusalemme. Contemporaneamente due palestinesi armati hanno fatto irruzione in una scuola religiosa tentando di prendere in ostaggio studenti ed insegnanti, ma sono stati disarmati e uccisi da una delle guardie dell'istituto.

Stai consultando l'edizione del Vivere la memoria Moni Ovadia Il giorno della Memoria ha preso a ripetersi con cadenza regolare, uscendo da quel tratto di eccezionalità che lo caratterizzava nei primissimi anni. E ora siamo tenuti a confrontarci con alcuni problemi: i testimoni diretti, per ragioni anagrafiche, ci lasceranno ben presto e questo comporterà un incremento dell'aspetto celebrativo e la celebrazione cela sempre un'insidia, quella di trasformarsi nel ricettacolo della falsa coscienza.

Per il Giorno della Liberazione, festa del 25 aprile, una parte della classe politica italiana, all'ombra di quella celebrazione rituale e stinta, si è data con furore incontrastato alla demolizione della Resistenza Antifascista, alla riabilitazione dell'infame e criminale regime fascista e ha persino tentato di demolire la Costituzione Repubblicana.

Il Giorno della Memoria non troverà mai il suo senso compiuto in Italia se non verranno stigmatizzati i terribili crimini del fascismo italiano, crimini compiuti in proprio: non solo le fascistissime leggi razziali, ma anche i genocidi compiuti contro i popoli africani e la pulizia etnica e i crimini, incluso l'uso dell'infoibamento compiuti contro le popolazioni slave. Solo quando la natura criminale e genocida del nostro fascismo verrà riconosciuta da tutta la classe politica italiana, allora anche le vittime italiane delle foibe e i profughi istriani con il loro calvario troveranno giustizia e pace.

Un altro problema è l'enfasi che nel giorno della memoria viene posta sulla Shoa intesa come sterminio degli Ebrei, tenendo su un piano troppo defilato gli altri obiettivi di morte del nazifascismo a partire del popolo dei Rom e dei Sinti, anch'essi destinati allo sterminio per il solo fatto di esistere come gli Ebrei.

Ora, lungi da me voler mettere in ombra lo specifico antisemita del nazifascismo, l'antisemitismo in associazione con l'antibolscevismo fu da sempre il primo punto nell'agenda del progetto criminale dei nazisti, ma la domanda che ci dobbiamo porre è il perché di tanta disponibilità nei confronti della memoria dello sterminio ebraico, mentre quello dei Rom e dei Sinti non sembra ricevere attenzione.

Per varie ragioni strumentali e di facciata, oggi essere "carini" con gli Ebrei costa poco. In quest'epoca, l'alterità ebraica è poco perturbante rispetto ad alterità più scomode.

Se non ci si concentra su questi temi, il "generoso" impegno di facciata verso la memoria dello sterminio degli Ebrei, finirà per diventare una scorza vuota al cui interno potranno prosperare revisionismi, negazionismi e atteggiamenti discriminatori abilmente contrabbandati, pronti a trasformarsi anche in brodo di cultura per il futuro antisemitismo.

L'altro tema cruciale, è la necessità urgente di collegare quella memoria con i genocidi, gli orrori dei nostri tempi e le guerre criminali odierne. Ma non basta.

È mia ferma opinione che nulla apparenti il contesto israelo-palestinese con la Shoa e che proporre paragoni in tal senso sia sconcio e deteriore in particolare per la causa palestinese. Tuttavia, le immagini di migliaia di profughi di quel popolo che fanno brecce in uno dei muri voluti dagli israeliani per potere provvedere alla propria sopravvivenza, non possono non riverberarsi, piaccia o non piaccia, sia giusto o sia sbagliato, sul Giorno della Memoria visto che accadono mentre in tutto il mondo cresce il ritmo delle celebrazioni e degli eventi legati al 27 Gennaio.

Lo so e lo capisco, gli israeliani continuano a ricevere lo stillicidio dei missili quassam su Sderot, sui villaggi e le cittadine del confine con Gaza, ma quarant'anni di occupazione, di colonizzazione, lustri di repressione, di omicidi mirati, di ignobili punizioni collettive, non sono riusciti a impedire l'opzione armata di Hamas.

È davvero venuta ora di cambiare strada e non posso pensare che un Paese avanzato, ricco di intelligenze come Israele , non possa trovare una via alternativa a quella che produce intollerabili vessazioni contro un altro popolo, solo e abbandonato. L'attuale prassi politico-militare, quali che ne siano le ragioni, corrompe progressivamente i migliori valori e sgretola i più temprati statuti etici.

Mala Tempora.

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Di Redazione - sabato 26 gennaio , Era un'insormontabile frontiera, è diventato un confine aperto, sembra pronto a trasformarsi un un'irreversibile realtà. L'unico deciso a negarla con ogni forza è l'Egitto, ma di fronte a quell'esodo che ricorda a tratti un'intifada fuori rotta e a tratti una gioiosa corsa ai saldi, il governo del presidente Hosni Mubarak e il suo esercito appaiono confusi e smarriti.

Una delle grandi nazioni medio-orientali si scopre impotente di fronte alla macchinazioni di Hamas e ai bulldozer dei suoi militanti pronti ad aprire nuovi varchi non appena i soldati in tenuta antisommossa tentano di arrestare l'esodo palestinese da Gaza.

In questa strana guerra di confine l'Egitto deve far i conti anche con l' esausta strategia di Israele , con la rassegnazione di uno Stato ebraico pronto a scaricare nelle mani di Mubarak una Striscia ormai aperta e fuori controllo.

Le immagini sono eloquenti. Gli egiziani mandano l'esercito a bloccare i varchi, avvisano i palestinesi che il tempo degli acquisti e dei ricongiungimenti con le famiglie in terra d'Egitto è terminato, fissano le sette di ieri sera come termine ultimo per il ritorno a Gaza. Dall'altra parte il portavoce fondamentalista Sami Abu Zuhri spiega che i varchi non si possono chiudere perché servono a "fornire assistenza urgente" al suo popolo.

Intanto militanti mascherati muovono un paio di bulldozer verso le zone dove la barriera è ancora in piedi e aprono nuovi varchi. I palestinesi defluiscono come un fiume in piena sopravanzando e circondando gli esterrefatti soldati egiziani. Quando cannoni ad acqua e bastoni entrano in azione i palestinesi si comportano come con gli israeliani.

Prima mettono mano ai sassi, poi lasciano partire qualche raffica di kalashnikov. I proietti azzoppano un soldato, costringono gli ufficiali egiziani a ritirare i propri uomini per evitare una risposta che nelle immagini delle emittenti arabe diventerebbe la strage di "fratelli" palestinesi.

Alla fine saranno sei i militari egiziani feriti.

Egitto e Gaza diventano un'unica permeabile entità, lo Stato ebraico si appresta far i conti con un Sinai trasformato in terreno di battuta per militanti alla caccia di turisti israeliani o retroterra per infiltrazioni armate tra i kibbutz del Negev.

Certo Mubarak non si dà per vinto. Lo straordinario passato dell'avvenire di Giuseppe Bernardi - sabato 26 gennaio , Per Sumeri e Accadi, la conoscenza del futuro si fonda su una combinazione tra rivelazioni divine di cui sono destinatari naturalmente gli esperti e conoscenza del mondo naturale. È a Delfi, nella Grecia classica popolata di oracoli, che si compie una svolta importante: la divinazione induttiva. Gli dèi parlano agli uomini attraverso segni ed enigmi che solo gli indovini particolarmente illuminati possono comprendere e interpretare.

Un salto successivo è forse quello che si svolge a Roma dove, una volta stabilizzato l'impero, il futuro diventa un affare di Stato, e l'esito dell'oracolo dipenderà dalla capacità di decifrarlo e magari di guidarne ad arte l'interpretazione. Il contadino o il mercante potranno pure, in privato e in segreto, interpretare il volo degli uccelli o le viscere di un animale sacrificale, ma, per le spedizioni e le guerre, le politiche economiche e sociali, le alleanze e i colpi proditorii, è solo l'imperatore che deve sapere, attraverso un vero e proprio ministero, creato all'uopo, e costretto al segreto.

Per secoli, dall'Alto al Basso Medioevo, il duro lavoro della Chiesa per disciplinare il futuro deve far fronte a trasgressioni e a severi assalti anche al suo interno. Malgrado il ragionevole e forse abbastanza spontaneo sincretismo avviato fra le diverse tradizioni profetiche, le ossessioni di un futuro crudele, di un'apocalisse millenarista s'impossessa della gente comune, e anche di preti e monaci che credono nei sogni, nelle visioni e nei presagi più paurosi. Solo con san Tommaso d'Aquino si compirà una regolamentazione della profezia.

Cultura Anche a nome del governo tedesco, posso dire che ci assumiamo appieno questa responsabilità. E che naturalmente affrontiamo la questione aperta: come potremo, di generazione in generazione, essere all'altezza di questa responsabilità?

Come potremo esserne all'altezza, quando i testimoni di allora non saranno più tra noi? Trovare vie e forme giuste per questo compito è una responsabilità del tutto speciale anche per chi oggi ha responsabilità politiche.

Ma al tempo stesso c'è una molteplicità di iniziative di persone, voci di tutta la società civile, che a fianco del mondo politico fanno proprio questo tema. In questi giorni, ho premiato i giovani vincitori di un concorso, la cosiddetta "Azione macchie bianche": giovani di oggi che nelle loro patrie sono andati a ricercare le più piccole tracce, memoria, ricordi storici del rogo dei libri e dei campi di concentramento, ricordi che non sono al centro dell'attenzione e anzi sono quasi dimenticati.

C'è un miracolo, di cui noi tedeschi possiamo solo essere grati: la vita e la comunità ebraica sono tornate in Germania. Sono sorte tante nuove Sinagoghe. A Berlino penso alla Sinagoga della Rykestrasse. Vita e cultura ebraica da noi hanno assunto un volto del tutto nuovo attraverso gli ebrei venuti dalla Russia a vivere da noi. Se guardiamo a quale lavoro d'integrazione dei nuovi arrivati viene affrontato dalla comunità ebraica tedesca, sappiamo che non possiamo in nessun caso lasciarla sola.

Nell'ora del ricordo, come oggi, nel momento in cui le Vergogne della Germania sono davanti ai nostri occhi, tanto più è spaventosamente inconcepibile che antisemitismo, xenofobia e razzismo esistano oggi nel nostro Paese e si mostrino presenti nella pratica.

Certo, è lecito dire che affrontiamo questa responsabilità. Credo che lo facciamo davvero. Combattiamo contro le violenze razziste e le ideologie dell'estrema destra con gli strumenti dello Stato di diritto. Ci sono programmi d'azione e informazione contro l'estremismo di destra, e abbiamo reagito alla violenza d'estrema destra aumentando gli aiuti finanziari a questi programmi.

Dobbiamo guardare in faccia una realtà. Cioè il fatto che di fronte alle paure provate verso la globalizzazione, o verso un presunto eccesso di apertura delle società democratiche, l'estremismo di destra e l'antisemitismo ritrovano una possibilità di farsi strada nelle menti di persone da cui piuttosto non ci si aspetterebbe che cadano vittima di queste tendenze.

Un modello di spiegazione di questo fenomeno è a volte - e bisogna seguirlo - quello che ci dice che naturalmente il pericolo di questa seduzione è specialmente grande quando le persone stesse che vi sono coinvolte vivono in una situazione sociale difficile. Eppure, ancora, è certo che le società che vengono percepite come giuste sono difese da anticorpi più forti contro simili sfide. Insisto, tensioni e problemi sociali non sono mai una scusa per certe derive. Ma a volte io ho anche l'esperienza diretta del fatto che negli strati sociali e ceti più istruiti della popolazione si manifestano chiaramente crudi, duri modi di pensare, e un antisemitismo molto ben mascherato, che non è facilmente riconoscibile.

Nessun Kindergarten ebraico, nessuna scuola ebraica è priva di agenti schierati sul posto per proteggerla. Quello che quasi mi preoccupa di più, è il fatto che anche in vasti strati della popolazione, malgrado tutta la formazione e l'istruzione sulla Storia, e malgrado tutto quanto è accaduto, regna una certa Sprachlosigkeit, una tendenza e voglia di silenzio, a proposito della nostra propria Storia.

E dove c'è voglia di silenzio, c'è sempre anche il pericolo che non si parli di temi e problemi, che si taccia o si minimizza. Criticare Israele è antisemitismo? Questo è il fenomeno con cui noi dobbiamo fare i conti nel modo più urgente nell'educazione politica. Dobbiamo incoraggiare la gente a parlare. Già vediamo diversi fenomeni di questo tipo: dagli episodi di violenza, fino alle forme davvero borghesi dell'antisemitismo.

Storie Digitali

Per questo auspico un dialogo franco e onesto, in cui nessuno nasconda qualcosa sotto il tappeto. Ho menzionato i problemi, ma non per dare un umore depressivo.

Di Roberto Gotta - sabato 26 gennaio , Una volta si faceva presto: lo straniero della Forst Cantù era Bob Lienhard e quello dell'Ignis era Bob Morse, con l'aggiunta esotica dello "straniero di coppa" da metà anni Sessanta e, dal , il passaggio al doppio straniero.

Straniero tout court: non comunitario, extracomunitario, biondo di passaporto congolese o mulatto-norvegese, assimilato, oriundo anche se ce n'erano, segnati quasi a dito nei palasport come creature bizzarre, ed esotici perché parlavano un italiano massacrante e vestivano come quelli di Saturday Night Fever , come invece capita dal , anno della liberalizzazione.

Si faceva male lo straniero, o deludeva, e lo sostituivi una volta sola. Per il resto, mercato chiuso per gli italiani il 31 luglio e per gli altri una settimana prima dell'inizio del campionato. Godimento massimo di statistici e agenti, molto meno di un pubblico che resta emotivamente legato al nome che compare sul davanti della maglietta, anche nella continua giravolta di sponsor a volte divisi tra campionato e Coppe, ma fatica a familiarizzare con i cognomi di giocatori che una settimana ci sono e quella successiva vanno alla tua grande rivale: a ranghi completi, la Cimberio Varese avrebbe ora quattro giocatori del quintetto base diversi da quelli che hanno iniziato la stagione.

Fanno fatica i tifosi a creare complicità con porte girevoli, fanno fatica gli allenatori a gestire le situazioni. Con la consueta precisione, sull'argomento interviene Dan Peterson: "Prima domanda, vogliamo un campionato italiano o un campionato che si gioca in Italia? Seconda domanda: le squadre di oggi sono più forti, comparativamente, con quelle del periodo dei due americani e mercato chiuso a fine luglio? E non dico di prendere come esempio una Milano di metà anni Ottanta, va bene anche una Varese, Cantù, Pesaro, Bologna.

In più, ora ci sono molte più squadre NBA, per un totale di giocatori sotto contratto con loro, ovvero oltre il doppio di quelli del E cambiare in continuazione fa perdere al pubblico il concetto di continuità e la toglie anche nello spogliatoio, perché poi in campo non riesci a trovare ad occhi chiusi un compagno di squadra che conosci a malapena perché è arrivato da pochi giorni.

Io sono il primo a dire che molti allenatori in passato erano più bravi, ma dico anche che oggi è dieci volte più complicato allenare squadre che cambiano continuamente, in cui non puoi lavorare su un gruppo compatto. Mettiamoci anche gli agenti che per i giocatori italiani chiedono cifre altissime facendo dirottare i club su un danese che magari costa meno. Io dico che l'ideale è mercato chiuso presto, due-tre giocatori di buon livello in ogni squadra piuttosto che sette brocchi".

Un capitano della polizia libanese, che indagava sulla strage del San Valentino costata la vita all'ex premier Rafik Hariri, è stato ucciso con un'autobomba a Beirut; insieme a lui sono morti la sua guardia del corpo e due ignari passanti; trentotto i feriti. L'esplosione è avvenuta a Furn al-Shebak, nella zona est di Beirut a maggioranza cristiana. Il nuovo attentato- a dieci giorni da quello contro un fuoristrada dell'ambasciata Usa tre morti - rischia d'infiammare la già incandescente crisi libanese.

Il leader sunnita della maggioranza parlamentare antisiriana Saad Hariri ha implicitamente accusato la vicina Siria, a cui ha imputato di utilizzare il Libano come "teatro per i regolamenti di conti del regime siriano". Ma Damasco ha condannato l'attentato, addossandone la responsabilità ai "nemici del Libano" e affermando che "la Siria sarà sempre a fianco della sicurezza e stabilità" del Paese.

Hamas ha accettato l'invito del presidente egiziano Hosni Mubarak per un incontro al Cairo con il presidente del Fatah Abu Mazen al fine di risolvere la crisi fra le opposte fazioni palestinesi. Lo ha detto il leader del movimento fondamentalista palestinese Khaled Meshaal in esilio a Damasco. Il clima nella Striscia di Gaza tuttavia resta tesissimo: dopo che gli egiziani avevano richiuso il varco di Rafah, una potente ruspa condotta da un miliziano di Hamas ha attaccato e sfondato un'altra zona del muro che delimita la linea di frontiera, spianando ai palestinesi una nuova strada per superare il confine.

I poliziotti egiziani non sono riusciti a respingere la folla e hanno deciso di ritirarsi nella propria base a difesa della quale, come ulteriore smacco, si sono disposti i poliziotti di Hamas.

La Voce d'Italia - nuova edizione anno II n. La cerimonia e' stata celebrata nel Mausoleo della Shoa' di Yad Vashem a Gerusalemme; il pubblico si e' raccolto nell'Ohel Izkor la Tenda della Rimembranza ove l'Ambasciatore d'Italia Sandro De Bernardin ha acceso la fiamma perenne, ponendo poi una corona d'alloro, accompagnato dall'Addetto Militare il Gen.

Nicola Gelao e da una rappresentanza dell'Arma dei Carabinieri. Dopo la breve, ma commovente cerimonia, il pubblico si e' raccolto nell'Auditorium di Yad Vashem, ove vi e' stato il discorso dell'Ambasciatore De Bernardin che ha ricordato l'impegno delle diverse istituzioni italiane nell'organizzare tutta una serie di cerimonie in concomitanza con il Giorno della Memoria e tra queste, la cerimonia che si e' tenuta ieri al Quirinale alla presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, e poi esaminando anche i fenomeni di antisemitismo in Europa e in Italia.

Discorso molto seguito, ed applaudito lungamente dal pubblico presente. Presente tutto lo staff dei funzionari e degli impiegati dell'Ambasciata a Tel Aviv e una rappresentanza del Consolato Generale d'Italia a Gerusalemme con il Vice Console il dr.

Francesco Santillo e il dr. Al mercato senza frontiere di Rafah i prezzi lievitano con la tensione. Il tentativo del governo egiziano di ripristinare il confine tra Gaza e il Sinai contando sulla collaborazione di Hamas è stato travolto ieri da migliaia di palestinesi per nulla disposti a farsi richiudere dentro la Striscia dopo tre giorni di libertà.

A niente sono valsi i tentativi della polizia egiziana schierata a testuggine, sin dall'alba, a difesa dei varchi: dopo una sassaiola durata diverse ore, una grossa ruspa guidata da un giovane con il passamontagna ha provveduto a spazzare via i potenti idranti e la resistenza, per la verità poco convinta, dei fratelli arabi in tenuta da guerra. Sul terreno restano sei poliziotti egiziani feriti e tre cani antisommossa abbattuti a raffiche di mitra dai miliziani palestinesi, un fotografo lievemente colpito alla testa da una pietra, diversi contusi da entrambe le parti.

Ma, soprattutto, resta il fiume in piena di uomini donne, ragazzini circa mila che comprano e vendono mesi d'astinenza, avanti e indietro attraverso la lamiera aperta, con le scatole di patatine Lions in equilibrio sulla testa, formiche infaticabili, quasi sapessero che presto o tardi dovranno fare i conti con la storicamente poco affidabile solidarietà araba.

La giornata ha un avvio elettrico quanto l'epilogo di quella precedente, con gli agenti sempre più nervosi e un'atmosfera grave da prima del temporale. A Rafah la notizia dell'intesa raggiunta nella notte fra l'intelligence egiziana e ufficiali della sicurezza di Hamas arriva contemporaneamente alle prime cariche della polizia contro chi tenta di forzare il blocco. A "vendere" Gheisi in realtà sono stati gli stessi palestinesi mentre nelle piazze del Cairo e Damasco centinaia di manifestanti protestano contro l'embargo israeliano.

Secondo l'accordo, conferma il portavoce della polizia del movimento islamico Islam Shawhan, Hamas dovrebbe sostenere gli egiziani nel ripristino della frontiera in cambio dell'impegno a portare al tavolo delle trattative l'Autorità nazionale palestinese. Ma qualcosa va storto. Ramallah non ci sta, a meno che Hamas faccia mea culpa per il golpe di giugno. La risposta dei signori di Gaza è il via libera all'assalto dello sguarnito presidio egiziano che battaglia un po', arretra e si arrende.

La porta sul Sinai per ora resta spalancata per gli acquirenti di materassi, sigarette, armi. Ma non è detto che Abu Mazen accetti l'invito egiziano e la proposta di conciliazione con i ribelli di Gaza. Prima di prenotare un volo per il Cairo il presidente palestinese deve affrontare il premier israeliano Olmert che domattina, nel primo appuntamento ufficiale dopo la visita di George W.

Il percorso è accidentato e l'andatura incerta quanto quella di Mahmoud che cavalca tronfio la sua Dayun fiammante senza sapere se lo porterà fino a casa.

BCE x Euro Var. Un posto in cui le differenze si superano in un abbraccio ideale che la storia attende da secoli. Perché proprio il ricordo della Shoah, lo sterminio di oltre 6 milioni di ebrei nei campi di sterminio nazisti durante la II guerra mondiale, diventi un momento di riflessione ma anche di convivenza pacifica, "anche con chi si ostina a negare", afferma Lotoro, "facendo più male di chi si professa antisemita".

Il ragionamento ha una sua logica, "comprendere la storia della Shoah", a detta del portavoce della comunità ebraica di Trani, la seconda del Mezzogiorno dopo quella di Napoli, "significa accettare l'esistenza di un popolo e soprattutto di uno Stato, quello di Israele ". Il sogno della comunità ebraica, nella Giornata della memoria, è proprio quello di spiegare cosa è stato l' Olocausto per il popolo ebraico, far capire cosa c'era dietro il disegno della soluzione finale del Reich che, secondo Lotoro, avrebbe prima o poi interessato altri popoli, magari anche quello arabo, destinati a soccombere di fronte all'idea della supremazia della razza ariana.

La conoscenza della Shoah aiuterebbe dunque a comprendere che l'esistenza di Israele è l'unica possibilità per gli ebrei di condurre una vita "tranquilla, anche al di fuori di quei confini territoriali".

La Giornata della memoria non è solo un momento di commemorazione delle vittime morte nelle camere a gas, ma è l'inizio di un nuovo dialogo. Fondamentale, secondo Lotoro, recuperare le tracce del passato, "anche attraverso la musica, per esempio". Proprio come Francesco Lotoro fa da anni ricercando tracce di quelle melodie nate dietro il filo spinato dei lager, "il grande testamento che ci ha lasciato gente che andava a morire, migliaia di opere che non possono essere state inventate".

Avverrà all'interno della piccola sinagoga di Scolanova, la più antica del vecchio continente, epicentro della cultura ebraica fino alla cacciata di questo popolo da Trani. Sono passati quasi anni e la sinagoga è tornata ad essere il luogo di culto degli ebrei, in forza anche di un protocollo d'intesa con il Comune, proprietario della struttura.

Era rimasta sconsacrata per decenni, il compromesso con la chiesa e con la Soprintendenza ha voluto che fosse coperta la figura della Madonna, ora c'è un telo raffigurante la stella di David. Appena lo scorso anno si è celebrato il momento più importante della vita ebraica della comunità, l'ingresso nella sinagoga della "Sefer Torah", la più autentica testimonianza di quella legge acquisita sul monte Sinai che ha garantito la sopravvivenza millenaria di un popolo.

Da quel giorno la città di Trani è entrata a pieno titolo nella vita ebraica italiana, il culto si è come rafforzato, e da allora nella Sinagoga si tengono i culti religiosi e le attività di studio della Legge.

Il rabbino è la figura più importante della comunità, colui che sorveglia sull'osservanza delle regole, la persona che deve cercare di mediare, trovare una soluzione alla rigidità della Torah non imposta, ma accettata liberamente con quelle della vita di ogni giorno.

Ci sono oltre una quarantina di gruppi familiari che fanno capo alla comunità di Trani, osservano lo Shabbat una volta la settimana, tutti i precetti e le tradizioni che non sono mai andate perdute.

Nonostante tutto. Ora Haim Baharier, l'ormai celebre maestro talmudico, allievo di Levinas e di Léon Askenazi, torna a spiegare la Bibbia al pubblico. Per ora l'incontro sarà unico, domenica alle 11, ma Andrée Ruth Shammah sta pensando a una nuova serie, che non è escluso possa concretizzarsi a breve. Ma veniamo alla lezione. Il titolo, "Cinque verbi per sollevarsi dall'Egitto, per uscire da Auschwitz", riporta esplicitamente alla Shoah.

Ma, come sempre succede con Baharier, spirito provocatorio per definizione, per arrivare al nocciolo occorre capovolgere ogni pensiero preconfezionato: "Sulla Giornata della memoria sono scettico?